ADESSO CI VOGLIONO
METTERE ANCHE UN INCENERITORE
il manifesto
- 12 Novembre 2002 Viaggio nell'Italia a rischio, dove la politica «di
sviluppo» ha fatto disastri
(1) Il mostro di Augusta, tra
arsenali e terremoti Nella Sicilia orientale la più grande
concentrazione di impianti nocivi all'uomo e all'ambiente. Alta
mortalità e malformazioni neonatali, in una zona a forte rischio
sismico e piena di arsenali, forse anche atomici MASSIMO GIANNETTI
INVIATO AD AUGUSTA (Siracusa) L'incubo di Augusta sono tutte quelle
ciminiere che ardono in processione appena al di là dal golfo, ai due
lati della statale che porta a Siracusa, tra Priolo e Melilli. E' qui
l'inferno, in questi dieci chilometri di industrie chimiche e
petrolchimiche che da cinquant'anni avvelenano il cielo, il mare e la
terra del «triangolo maledetto». Di notte, con tutte quelle luci e
torri di fuoco è perfino affascinante.Sembra fantascienza. Ma è di
giorno, con la luce del sole, che «il presepe», come lo chiamano da
queste parti, mostra la sua faccia feroce. Morti di cancro, nascite di
bambini malformati, effetti devastanti verso l'ambiente: nulla è
stato risparmiato, neanche la zona archeologica; la colonia greca di
Megara Iblea è stata calpestata senza ritegno dalla raffineria di una
delle tante multinazionali del petrolio che qui - nella «piccola
Milano siciliana» degli anni `70 (per quantità di sportelli bancari
e automobili) - hanno sì «portato il pane per migliaia di persone»,
ma hanno anche impedito qualsiasi altra possibilità di sviluppo
economico. La città è malata, seriamente malata, ma la paura di
Augusta _ ricostruita di sana pianta dopo il terremoto del 1693, e
dove sono ancora visibilissimi i segni del più recente sisma del 1990
_ è anche un'altra. Il dramma, che non fa dormire sonni tranquilli a
questa città di trentacinquemila abitanti - più ventimila nelle
stesse condizioni a Priolo e Melilli _ è di essere situata in un'area
altamente sismica (s11): che la generosità di una classe politica
senza scrupoli, per consentire negli anni `50 l'insediamento del «benessere»,
ha declassato (s9) nelle sue caratteristiche geologiche. Il quadro
clinico è già abbastanza disastroso, ma c'è ancora una presenza che
inquieta le coscienze più sensibili del popolo terremotato:
l'arsenale della Nato, depositato nelle viscere di una collina di
Melilli, proprio davanti ad Augusta, nel cui porto fanno base i
sommergibili dell'Alleanza, forse dotati di armi atomiche, dispiegati
verso il Medio Oriente. Il cocktail insomma è davvero esplosivo. Ne
è convinto anche l'ex sindaco di Augusta, Giuseppe Gulino _ costretto
recentemente a sospendersi dalla carica dopo una condanna per
corruzione _ che però così liquidava il problema il giorno in cui lo
abbiamo sentito, prima delle dimissioni forzate: «Sì, è vero, siamo
seduti su una bomba ad orologeria, ma non per colpa nostra, noi ci
siamo nati sotto questa disgrazia. E in ogni modo, se un giorno
dovesse verificarsi, come prevedono gli esperti, il cosiddetto
`terremoto di ritorno' di tre secoli fa, noi non moriremo per le
sostanze chimiche che si sprigioneranno dalle industrie, ma sarà
l'effetto stesso del sisma a ucciderci tutti. Non avremo scampo».
Conclusione terrificante, come terrificante è del resto la realtà di
Augusta, dove ogni giorno che passa tranquillo è un giorno di grazia.
Una realtà segnata con il pennarello rosso da più di dieci anni, da
quando, nel 1990, un decreto del ministero dell'ambiente la dichiarava
«area ad elevato rischio ambientale». Da allora nulla è cambiato in
meglio. Anzi, in assenza di seri controlli sulle emissioni velenose
nell'aria e di lavori di bonifica nel territorio, le cose sono via via
peggiorate. Il referto che segue è dell'estate scorsa e lo ha stilato
la commissione parlamentare «ambiente e territorio» del senato,
spinta giù nella polveriera siciliana dai pessimi quanto prevedibili
risultati di un'indagine della procura di Siracusa. La quale
magistratura, dopo svariate segnalazioni, ha ratificato anche
l'inquinamento delle falde idriche. «Purtroppo - si legge nel referto
dei senatori - fenomeni quali quelli avvenuti all'interno degli
impianti che sono costati la vita ad alcuni lavoratori e, soprattutto,
la recente individuazione in un pozzo di irrigazione della presenza di
idrocarburi, dimostra come i siti di Priolo e Augusta non siano più
un'area a rischio ambientale, ma un'area in crisi ambientale, per cui
si rendono indispensabili interventi legislativi e finanziari che
consentano di affrontare con tempestività la drammatica emergenza».
E' un po' come la scoperta dell'acqua calda, fanno giustamente notare
le associazioni ambientaliste, giacché questa «drammatica emergenza»
gli abitanti del triangolo a rischio la subiscono da un bel pezzo. I
più la maledicono, ma in silenzio, perché nonostante i guai,
nonostante il «petrolchimico non sia più la Fiat degli anni Settanta»,
quando dava lavoro a più di ventimila persone, buona parte di loro è
ancora vittima del ricatto occupazionale. Non tutti però ingoiano
rassegnati l'enorme quantità di veleno - sono circa sei tonnellate le
emissioni di smog che le industrie depositano quotidianamente
nell'aria - che sono costretti a respirare. Don Palmiro Prisutto,
parroco a Brucoli (frazione di Augusta), è tra questi. Autore in
passato di un libro-dossier (Il terremoto di silenzi) in cui
denunciava, tra l'altro, le «omissioni istituzionali» sul sisma che
colpì la città nel 1990, conduce da anni una durissima battaglia
contro «la logica del profitto che ha messo in ultimo piano il
diritto alla vita» degli abitanti. «Qui - accusa - in tutti questi
anni sono stati tutelati soltanto gli interessi economici delle
industrie, a scapito della difesa del valore umano. E se questa è
stata l'etica che ha guidato lo sviluppo di Augusta, cos'altro
dovevamo aspettarci se non questa realtà? Avevamo un mare bellissimo,
chilometri e chilometri di spiaggia invidiata da tutti - tutto questo
oggi non esiste più. Ma la privazione del mare - aggiunge il parroco
- è solo una delle tante violenze, e purtroppo neanche la più grave,
inferte a un popolo che deve a lui la sua storia. Se guardiamo gli
effetti prodotti dalle industrie sulla salute, c'è da mettersi le
mani nei capelli». I dati sulle malattie riscontrate tra la
popolazione, resi noti all'inizio di quest'anno dall'Organizzazione
mondiale della sanità (Oms), fanno effettivamente paura. Dicono
infatti che ad Augusta il tasso di mortalità per tumori è di circa
il 30%. Percentuale che a Priolo sale addirittura al 33%. E' una
strage che si consuma lentamente negli anni, ma c'è un'altra
epidemia, molto meno subdola, che dagli anni `80 in qua attribuisce ad
Augusta e dintorni un altro triste primato: quello delle nascite di
bambini malformati. Nell'ultimo decennio la percentuale è stata
sempre in crescendo. Il picco più alto, sempre in base ai dati dell'Oms,
si è avuto nel 2000 ed è stato del 5,6%, il quadruplo della media
nazionale. Le malformazioni congenite maggiormente riscontrate sono
alla colonna vertebrale, al cuore, agli organi genitali e al cervello.
L'altr'anno la percentuale è stata del 3,8%, quindi in diminuzione,
ma in ogni caso altissima rispetto alla soglia di allarme fissata al
2% dalla stessa Oms. Cento miliardi di vecchie lire fu lo stanziamento
del governo assegnato dieci anni fa alla regione siciliana per avviare
le bonifiche del territorio. Poco, pochissimo, rispetto agli oltre
mille miliardi previsti dal successivo piano regionale di risanamento
ambientale del 1995. Questo chiama in causa più o meno tutte le
grandi società presenti nell'area industriale. Dalle cinque
raffinerie (Esso, Agip, Enichem, Condea e Isab-Erg) al petrolchimico
Sasol, dall'impianto di gassificazione e cogenerazione Isab Energy
alle due centrali Enel, dalla fabbrica di magnesite Sardamag alla
Cementeria Augusta. Il piano di bonifica, ormai da aggiornare, è
finora rimasto lettera morta, ma l'inerzia istituzionale è su tutti i
fronti. L'assenza strutture di emergenza, nonché la mancanza di
informazioni alla popolazione sui comportamenti da adottare in caso di
incidenti, sono l'altra inquietante faccia del caso augustano. Le
ferite del terremoti del 19 dicembre del `90 (fu del settimo grado
della scala Mercalli) non sono state ancora completamente rimarginate.
Case, chiese e scuole gravemente lesionate ancora oggi aspettano di
essere ristrutturate. L'esempio forse più emblematico è l'Istituto
tecnico industriale di corso Sicilia, i cui laboratori sono tuttora
inagibili. Nella periferia ci sono ancora decine di roulottes in cui
vivono gli sfollati di allora. Il duomo, nel centro storico, è
puntellato da enormi travi di ferro. Terremotato, in tutti i sensi,
dopo le recenti dimissioni forzate del sindaco, è anche l'adiacente
casa comunale. Feudo della Dc per cinquant'anni, la città è ora
amministrata da una giunta monocolore targata Democrazia europea, il
partito fondato in Sicilia dell'ex sindacalista della Cisl, Sergio D'Antoni.
In mancanza del primo cittadino, le sorti di Augusta sono rette dal
vicesindaco Danilio Circo. Il quale, di fronte a questo disastro, dice
che «il nostro problema non sono i soldi, ma l'impossibilità di
spenderli. Abbiamo assegnati cento miliardi per il risanamento
ambientale e altri sessanta per il dopo terremoto, ma noi - sostiene -
non abbiamo voce in capitolo, non riusciamo a spenderli perché la
regione non firma i relativi decreti». Quanto alle strutture di
emergenza inesistenti, l'amministratore allarga le braccia: «Con i
pochi mezzi economici che abbiamo non possiamo permetterci di tenere
in pianta stabile una sezione della protezione civile». E, infatti,
quella che c'è esiste solo sui segnali stradali: ci lavorano appena
due persone. E un piano di evacuazione, esiste? Sempre al comune
dicono che «dovrebbe avercelo la prefettura di Siracusa», ma in città
nessuno lo ha mai sperimentato sul campo. Nel porto il via vai di
petroliere che si contendono il golfo con le navi militari è
continuo. Vengono soprattutto dal Medio Oriente e forniscono alle
cinque mega raffinerie dell'area (producono il 30 per cento della
benzina consumata in Italia) la bellezza di venti milioni di
tonnellate di greggio l'anno. 170 mila tonnellate sono invece i
rifiuti che escono annualmente dal polo industriale. 1.300 tonnellate
di questi sono classificati come «pericolosi». Non essendoci «adeguati
sistemi di smaltimento», è facile intuire dove finiscano. Le
industrie, avendo avuto carta bianca, hanno fatto terra bruciata
intorno a sè. Negli anni Settanta hanno perfino sfrattato un paese,
Melilli, novemila abitanti, deportato con la forza in un altro luogo.
E' l'unico caso al mondo in cui gli abitanti, e non il contrario, sono
stati ritenuti incompatibili con le industrie. Queste hanno inglobato
nell'inferno anche la linea ferroviaria. La stazione di Priolo è
accerchiata dalle ciminiere del polo industriale. Lungo la costa,
disseminata di rifiuti speciali, è pieno di divieti e di cartelli di
pericolo. C'è di tutto a ridosso del mare interdetto. Poi ci sono le
cosiddette «fabbriche letali», come la Eternit, che produceva
amianto e che non è stata mai rimossa da quando fu chiusa per legge
(A Siracusa è da anni in corso un processo per la morte di 17 operai
uccisi dall'asbestosi) e ci sono gli enormi silos di stoccaggio
dell'ammoniaca, sostanza che l'Enichem fa arrivare dalla Russia e poi
trasferisce, su ferrocisterna, nel petrolchimico di Gela. Per la
dislocazione di questa «bomba ecologica» più di dieci anni fa
l'allora ministro dell'ambiente Giorgio Ruffolo fece un decreto, ma i
contenitori del colosso chimico italiano stanno ancora lì,
incustoditi, proprio vicino al porto militare. E sta ancora al suo
posto l'antiquato e pericolosissimo impianto di cloro-soda, sempre
dell'Enichem, dove il mercurio, usato in grande quantità nel ciclo
produttivo, minaccia la vita dei lavoratori, molti dei quali avrebbero
subito gravi malattie. «Quello che vediamo è il frutto di un
industrialismo selvaggio, senza regole - dice Pippo Zappulla,
segretario provinciale della Cgil di Siracusa - Negli ultimi dieci
anni, anche grazie alle proteste degli ambientalisti, le società
hanno sicuramente migliorato la qualità degli impianti, ma da qui a
dire che il problema della sicurezza dei lavoratori sia stato risolto
ne passa. La dimostrazione tragica l'abbiamo avuta appena due anni fa,
con una lunga serie di incidenti, molti dei quali mortali». Fu
chiamato l'«anno terribile del petrolchimico»: otto furono gli
operai uccisi dalle esalazioni chimiche.
L'area
di Priolo è, per la sua lunga storia di inquinamento, uno dei 50 siti
nazionali inseriti nel Piano nazionale delle bonifiche che il
Ministero dell'Ambiente sta portando avanti. Per la bonifica di Priolo
il Ministero ha stanziato circa 23 milioni di euro. In sede di
Conferenza dei Sport, dopo gli arresti avvenuti ieri per smaltimento
illegale dei rifiuti, si cercherà anche di individuare altre aree in
cui possono essere finiti questi rifiuti e verrà fatto il punto sugli
interventi di messa in sicurezza e d emergenza necessari per il sito
Enichem.Il mercurio, 20 mila volte superiore ai limiti di legge,
trovato nell'acqua di mare di fronte allo stabilimento chimico,
informa il ministero, viene dalla produzione clorosoda fatta ancora
con cellule al mercurio.
Rinviato
al 20 febbraio l'incidente probatorio
Enichem, operaio del clorosoda:
«Così il mercurio finiva a mare»
«Le acque di scarico contenenti
mercurio, con la disattivazione delle pompe che funzionano elettricamente,
anzichè essere convogliate nell'impianto di demercurizzazione, confluiscono in
una tubazione collegata allo scarico a mare e quindi nella vasca 401A dove era
stato praticato un foro del diametro di 70 centimetri per farle finire
direttamente nelle acque marine». Leggi
Crimini di
pace
I veleni dell'Enichem
ovvero:
come produrre (in tanti) un documentario
di Max Franceschini
E'
la solita vecchia storia (1): una grande industria porta l'occupazione
in un' area dove l'occ
upazione
non c'è, ma ne approfitta per trasformare quel territorio in un
inferno ambientale, mettendo le persone davanti a uno dei ricatti più
meschini: volete il lavoro? allora state zitti e tenetevi i veleni in
casa. Ma dopo tanti anni, qualcuno finalmente interviene...
E' la solita vecchia storia (2): un autore decide di voler raccontare
questa storia "scomoda" denunciando quello che è accaduto,
attraverso un documentario, ma naturalmente non trova nessuno disposto
a produrlo. Ma tant'è, visto che in Italia non troverà neanche
nessuno disposto a trasmetterlo. Ma la coscienza civile non si ferma,
ed ecco l'idea di realizzare ugualmente il film attraverso l'azionariato
diffuso... leggi
I veleni dell'Enichem nel
maledetto triangolo industriale Priolo-Augusta-Melilli. In
attesa del film-documentario di Antonio Bellia, informazioni sul
disastro ambientale e sui danni alla salute prodotti dall'Enichem
in Sicilia.
Dal quotidiano la Repubblica del
22/4/2003:
“I bambini avvelenati di Augusta”, articolo di
Attilio Bolzoni.
SIRACUSA - Il primo
pesce finito nelle reti era
gonfio di veleno.
In pancia aveva piombo, nichel, arsenico e
soprattutto mercurio.
Era una triglia. Con il fegato e i muscoli impregnati di metalli
pesanti hanno trovato poi anche i cefali e i tordi leggi
Per
i veleni gettati nei tombini
18 ARRESTI ALL'ENICHEM DI PRIOLO
In mare concentrazioni di mercurio 20 mila volte superiori ai limiti
INCHIESTA SU 1.000 BAMBINI NATI MALFORMATI
Accusati
di aver costituito "una stabile associazione per delinquere
finalizzata al traffico illecito di ingenti quantità di rifiuti
pericolosi contenenti mercurio", il 16 gennaio sono finiti in
manette i vertici dell'Enichem di Priolo. 18 persone fra manager e
dirigenti, capisettore e responsabili dello stabilimento che sorge nel
cuore del polo industriale siracusano sono state arrestate per ordine
della procura di Siracusa che sta anche indagando sull'inquietante
aumento di malformazioni congenite registrate nei bambini nati a
partire dai primi anni '80 e sull'impennata dei tumori in quello che
viene definito il "triangolo maledetto" di Priolo, Augusta e
Melilli.
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