DOSSIER Viaggio tra i pericoli sanitari e ambientali delle aziende chimiche e petrolifere

Il triangolo del rischio

Augusta

Comuni di Augusta, Priolo, Melilli, ma anche Siracusa, Floridia e Solarino. La zona industriale è stata decretata ad elevato rischio di crisi ambientale dal ministero dell’Ambiente nel 1990, dopo un decennio di battaglie delle Associazioni ambientaliste. Il resoconto sull'area del rapporto 2001 di Legambiente "Dalla chimica dei veleni al risanamento ambientale"  

La zona industriale ad elevato rischio di crisi ambientale che interessa, oltre i Comuni di Augusta, Priolo, Melilli, anche quelli di Siracusa, Floridia e Solarino, è stata decretata dal Ministero dell’Ambiente nel 1990, dopo un decennio di battaglie delle Associazioni ambientaliste. Quasi dieci anni di lotte per far prendere atto alle Amministrazioni
Priolo

comunali e regionali e alle Istituzioni nazionali che esisteva una gravissima situazione di rischio e che dovevano essere presi immediati provvedimenti per evitare l’ulteriore aggravamento della crisi ambientale.

La zona industriale dell’area di Augusta - Priolo - Melilli occupa circa il 3% del territorio e vi trovano sede 5 raffinerie: Esso, Agip (ex Montedison - Praoil), EniChem, Isab (gruppo Erg) e Condea (ex EniChem Augusta Spa). Due sono le centrali Enel: Tifeo Augusta e Priolo. A queste aziende si aggiungono poi l’impianto di gassificazione e cogenerazione Isab Energy, la fabbrica di magnesite Sardamag, la cementeria Augusta e il depuratore di reflui industriali e civili IAS.

Risulta facilmente intuibile come una concentrazione così grande di aziende chimiche e petrolifere in una esigua porzione di territorio ponga serissimi problemi di inquinamento dell’ambiente circostante ed esponga la poplazione a rischio di incidenti di rilevante gravità .
Le cause del degrado ambientale dell’area e del rischio per la popolazione che vi abita possono essere sintetizzate in alcune principali problematiche:
- il depauperamento della falda idrica, a causa dei massicci emungimenti da parte delle aziende del polo petrolifero, tanto che si è verificato un forte abbassamento del livello piezometrico con punte fino a 200 metri rispetto al suo valore iniziale.

La conseguente intrusione di acqua di mare ha notevolmente innalzato la salinità delle acque rendendo inutilizzabili molti pozzi a scopo potabile;
- il degrado della qualità dell’aria a causa delle grandi quantità di macro e micro inquinanti (idrocarburi, polveri, sostanze organiche e inorganiche) emessi dai camini delle industrie del polo petrolchimico. Ciò determina il verificarsi di frequenti fenomeni di smog fotochimico con relative alte concentrazioni di ozono;
- elevata presenza di discariche, sia all’interno dell’area industriale sia sul territorio - di cui molte abusive- per lo smaltimento di rifiuti speciali, in gran parte pericolosi. Le aziende del polo petrolchimico producono circa 170.000 tonnellate annue di rifiuti di cui circa 1.300 tonnellate sono costituite da rifiuti classificati come pericolosi e non esistono adeguati sistemi di smaltimento;
- problemi di salute per gli addetti del sistema industriale, ma anche per la popolazione che vive in quest’area.

La presenza nell’area di Augusta, Priolo e Melilli, caratterizzata da un elevato grado di sismicità (categoria S=9), di una notevole concentrazione di insediamenti produttivi ad alto rischio e la loro compenetrazione con un tessuto urbano a forte sviluppo, come il centro abitato di Priolo e le principali infrastrutture di collegamento tra Siracusa e Catania, aggravano la problematica del rischio industriale. L’ingente flusso di vettori di trasporto, la tipologia e la quantità delle merci pericolose movimentate, la vicinanza degli insediamenti urbani, e le caratteristiche delle vie di comunicazione, che per ampi tratti costeggiano se non sono addirittura interne alle industrie a rischio, contribuiscono ad aggiungere al rischio sanitario per la popolazione, quello del disastro in caso di incidenti.

Nel DPR 17/1/95 con il quale viene approvato il Piano di Risanamento dell’area, si legge: «Le attività produttive del Polo petrolchimico (...) ed i relativi stoccaggi di sostanze pericolose per caratteristiche di tossicità e/o infiammabilità risultano concentrati in una ristretta fascia di territorio dislocata lungo la costa. Tali insediamenti sono classificabili industrie a rischio ai sensi del DPR 175/88, in quanto fonti di rischio di eventi incidentali significativi in termini di estensioni areali e gravità delle conseguenze per la popolazione e le strutture esterne agli stabilimenti, quali rilasci tossici (soprattutto ammoniaca, acido fluoridrico, cloro e idrogeno solforato) e BLEVE - Fireball di GPL. Le sostanze in ingresso ed in uscita sono inoltre movimentate attraverso decine di migliaia di autobotti e ferrocisterne (nel 1991 circa 65000 automezzi e 2000 ferrocisterne) e migliaia di navi (nel 1991 circa 4300 unità. Per quanto riguarda gli eventi principali di incendio ed esplosione esaminati (Pool Fire, UVCE, BLEVE - Fireball) possono determinare effetti assai gravi soprattutto sulle aree urbanizzate circostanti agli insediamenti industriali ed in particolare appaiono interessate in modo rilevante le principali infrastrutture di comunicazione».

Eppure quasi nulla si è mosso in 10 anni dalla dichiarazione di area a rischio con Decreto del Ministero dell’Ambiente (Novembre 90) e 5 dall’approvazione del Piano di Risanamento (Gennaio 95). Nessuno dei rischi connessi con gli impianti industriali è stato depotenziato; paradossalmente in alcuni casi il rischio è aumentato. Infatti nonostante la dismissione dell’attività di Agrimont, sono rimasti i serbatoi di stoccaggio dell’ammoniaca - per il rifornimento di Gela - proprio nell’area SG14 dove lo spostamento dei serbatoi, più volte richiesto da Legambiente e sancito dal 1991, non è mai stato nemmeno avviato. Nulla si è fatto per la sostituzione delle celle a mercurio con celle a membrana dell’impianto cloro - soda, che da solo produce 1.100 t/anno delle 1.300 t/anno prodotte in tutta l’area.

Nulla dal punto di vista della sicurezza delle popolazioni. Le disposizioni della legge 175/88 prima e della legge di recepimento della Direttiva Seveso II poi, rimangono del tutto inapplicate. Il piano d’emergenza non è mai stato predisposto, l’informazione ai cittadini, non è stata neppure avviata, e la popolazione rimane completamente inconsapevole dei rischi possibili e del comportamento da tenere in caso di incidente, tanto che la fuoriscita di gas dalla valvola di sicurezza di una nave nel 1999, provocò un

Melilli

grave allarme nella popolazione e gli incidenti della scorsa estate hanno letteralmente gettato nel panico centinaia di cittadini. Ma anziché mettere mano ad interventi per ridurre la probabilità di rischio, nel raggio di possibile azione degli incidenti rilevanti sono state recentemente costruite scuole e nelle immediate vicinanze è stato realizzato il nuovo impianto Air liquid, che produce 2000 tonnellate al giorno di ossigeno liquido, sostanza altamente infiammabile. Vale la pena sottolineare che il reparto rianimazione dell’ospedale di Siracusa è dotato di 8 posti letto a disposizione per tutta la popolazione dell’intera provincia.

Recentemente è stato presentato un progetto che riguarda la realizzazione di un impianto nel comune di Melilli, per il recupero dei metalli pesanti Nichel e Vanadio dal cosiddetto filter cake, ovvero il rifiuto tossico della lavorazione del vanadio dell’Isab Energy di Priolo e non solo. L’impianto è progettato infatti per recuperare metalli pesanti da 18.000 tonnellate annue di filter cake, quando nell’area ne vengono prodotte solo 3.900. E neanche a dirlo senza nemmeno prevedere di procedere ad una valutazione di impatto ambientale, come sarebbe ovvio ancorché richiesto dalle normative, in un area in cui da anni ormai si è accertato che vi sono seri rischi ambientali, sanitari e di gravissimi danni in caso di incidenti.

Ma è questo purtroppo l’ennesimo episodio di una lunga sequenza, che dimostra l’assoluta mancanza di volontà da parte di chi amministra di impostare un futuro basato su uno sviluppo alternativo al vecchio modello del passato. E le vittime dei recenti incidenti agli stabilimenti Isab e Condea e le innumerevoli fughe di gas dagli impianti non sono imputabili al destino cinico e baro o all’errore statistico in impianti di questo genere. Sono il segno di una politica che ormai ha dato i suoi frutti, che ha saccheggiato un territorio, che ha leso la salute della popolazione e che lascia in eredità rifiuti, disoccupati e siti da bonificare.

Per quanto riguarda i dati epidemiologici, nel recente studio sulla mortalità negli anni 1990-’94 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ritrovato tra la popolazione residente nei 6 comuni nel raggio di 39 chilometri dell’area Augusta-priolo, eccessi di mortalità tra gli uomini per tutte le cause tumorali pari al 10% in più rispetto alla media regionale (1127 casi osservati, contro i 1024,5 attesi). In particolare, per il tumore polmonare l’eccesso è pari a circa il 20% (340 casi osservati, rispetto ai 284,3 attesi) e significativo è anche l’eccesso per il tumore alla pleura (più del doppio, con 17 casi osservati). L’analisi dei trend temporali dal 1981 al 1994 mette in evidenza un aumento degli eccessi rispetto ai riferimenti nazionali, sia per la mortalità generale che per alcune patologie, come tutti i tumori, e il tumore polmonare; in particolare gli eccessi di mortalità per tumore pleurico raddoppia per gli uomini e triplica per le donne.

Per quanto riguarda gli studi generazionali, sia per le donne che per gli uomini, si rileva per la mortalità per tumori polmonari un rischio cumulativo quasi raddoppiato dalla generazione del 1920 a quella del 1940 (dal 3,35% al 6,58%), fatto che, come dichiarato nello stesso studio «fa prevedere il persistere di rischi elevati negli anni futuri».
Nonostante tutto questo, non è mai stata impostata alcuna indagine epidemiologica, neppure quella prevista dal piano di risanamento approvato da oltre 5 anni. E nel frattempo l’Ufficio di Medicina del lavoro di Messina ha riscontrato nelle urine dei lavoratori della Coemi, addetti all’impianto cloro-soda, concentrazioni di mercurio molto al di sopra del limite massimo consentito.

Ma ad Augusta l’allarme non è solo per la mortalità. Dal 1980 cominciano le prime segnalazioni di nascita di bambini malformati: in quell’anno su 600 nati si ebbero 13 bambini con malformazioni congenite di diverso tipo, di cui sette non sono sopravvissuti. Scattò l’allarme, visto il sospetto effetto teratogeno delle scorie tossiche industriali, per cui il Ministero dell’Ambiente istituitì nell’ospedale di Augusta un Centro di monitoraggio. Dal 1980 al 1989 la percentuale dei nati malformati ad Augusta è stata dell’1,9% (140 casi su 6984 nati), contro una media nazionale dell’1,54% e una percentuale per l’Italia meridionale dell’1,18%. Nel decennio successivo, dal 1990 al 2000, la percentuale ad Augusta aumenta fino ad una media dell’intero decennio del 3,18% (221 casi di malformati su 6945 nati), con un picco nell’anno 2000 con il 5,6% dei nati malformati. Nell’anno 2001, dato elaborato dall’ospedale civile di Augusta, si sono avuti 22 casi di malformati su 573 nati (3,5% dei nati).

Da un raffronto tra i dati di Augusta e quelli del registro siciliano per la Sicilia orientale, circa le singole malformazioni, risulta un eccesso ad Augusta per quanto riguarda le cardiopatie congenite (235 per mille ad Augusta, contro il 196 del resto dell’area) e l’apparato urinario (59 per mille contro il 46).
Ad augusta risulta un eccesso anche per quanto riguarda le malformazioni genitali: negli anni 1980-89 interessavano il 214 per mille dei nati (quando la media nazionale era del 100 per mille), mentre nel decennio 1990-2000 i casi sono aumentati al 303 per mille. In particolare, tra le malformazioni dell’apparato genitale, l’ipospadia nel periodo 1990-’98 in Augusta ha interessato il 132 per mille dei nati, contro un 79 per mille nella Sicilia Orientale.
In base a queste segnalazioni e alla denuncia presentata dal primario di pediatria dell’ospedale civile di Augusta la Procura della repubblica ha aperto un’inchiesta per verificare il possibile legame tra alcune industrie dell’area e le anomalie congenite riscontrate.

15 gennaio 2003

CHIUDI QUESTA PAGINA