La zona industriale ad elevato rischio
di crisi ambientale che interessa, oltre i Comuni di Augusta, Priolo,
Melilli, anche quelli di Siracusa, Floridia e Solarino, è stata
decretata dal Ministero dell’Ambiente nel 1990, dopo un decennio di
battaglie delle Associazioni ambientaliste. Quasi dieci anni di lotte
per far prendere atto alle Amministrazioni
|
 |
|
Priolo |
comunali e regionali e alle
Istituzioni nazionali che esisteva una gravissima situazione di
rischio e che dovevano essere presi immediati provvedimenti per
evitare l’ulteriore aggravamento della crisi ambientale.
La zona industriale dell’area di Augusta - Priolo - Melilli occupa
circa il 3% del territorio e vi trovano sede 5 raffinerie: Esso, Agip
(ex Montedison - Praoil), EniChem, Isab (gruppo Erg) e Condea (ex
EniChem Augusta Spa). Due sono le centrali Enel: Tifeo Augusta e
Priolo. A queste aziende si aggiungono poi l’impianto di
gassificazione e cogenerazione Isab Energy, la fabbrica di magnesite
Sardamag, la cementeria Augusta e il depuratore di reflui industriali
e civili IAS.
Risulta facilmente intuibile come una concentrazione così grande di
aziende chimiche e petrolifere in una esigua porzione di territorio
ponga serissimi problemi di inquinamento dell’ambiente circostante ed
esponga la poplazione a rischio di incidenti di rilevante gravità .
Le cause del degrado ambientale dell’area e del rischio per la
popolazione che vi abita possono essere sintetizzate in alcune
principali problematiche:
- il depauperamento della falda idrica, a causa dei massicci
emungimenti da parte delle aziende del polo petrolifero, tanto che si
è verificato un forte abbassamento del livello piezometrico con punte
fino a 200 metri rispetto al suo valore iniziale.
La conseguente intrusione di acqua di mare ha notevolmente innalzato
la salinità delle acque rendendo inutilizzabili molti pozzi a scopo
potabile;
- il degrado della qualità dell’aria a causa delle grandi quantità di
macro e micro inquinanti (idrocarburi, polveri, sostanze organiche e
inorganiche) emessi dai camini delle industrie del polo petrolchimico.
Ciò determina il verificarsi di frequenti fenomeni di smog fotochimico
con relative alte concentrazioni di ozono;
- elevata presenza di discariche, sia all’interno dell’area
industriale sia sul territorio - di cui molte abusive- per lo
smaltimento di rifiuti speciali, in gran parte pericolosi. Le aziende
del polo petrolchimico producono circa 170.000 tonnellate annue di
rifiuti di cui circa 1.300 tonnellate sono costituite da rifiuti
classificati come pericolosi e non esistono adeguati sistemi di
smaltimento;
- problemi di salute per gli addetti del sistema industriale, ma anche
per la popolazione che vive in quest’area.
La presenza nell’area di Augusta, Priolo e Melilli, caratterizzata da
un elevato grado di sismicità (categoria S=9), di una notevole
concentrazione di insediamenti produttivi ad alto rischio e la loro
compenetrazione con un tessuto urbano a forte sviluppo, come il centro
abitato di Priolo e le principali infrastrutture di collegamento tra
Siracusa e Catania, aggravano la problematica del rischio industriale.
L’ingente flusso di vettori di trasporto, la tipologia e la quantità
delle merci pericolose movimentate, la vicinanza degli insediamenti
urbani, e le caratteristiche delle vie di comunicazione, che per ampi
tratti costeggiano se non sono addirittura interne alle industrie a
rischio, contribuiscono ad aggiungere al rischio sanitario per la
popolazione, quello del disastro in caso di incidenti.
Nel DPR 17/1/95 con il quale viene approvato il Piano di Risanamento
dell’area, si legge: «Le attività produttive del Polo petrolchimico
(...) ed i relativi stoccaggi di sostanze pericolose per
caratteristiche di tossicità e/o infiammabilità risultano concentrati
in una ristretta fascia di territorio dislocata lungo la costa. Tali
insediamenti sono classificabili industrie a rischio ai sensi del DPR
175/88, in quanto fonti di rischio di eventi incidentali significativi
in termini di estensioni areali e gravità delle conseguenze per la
popolazione e le strutture esterne agli stabilimenti, quali rilasci
tossici (soprattutto ammoniaca, acido fluoridrico, cloro e idrogeno
solforato) e BLEVE - Fireball di GPL. Le sostanze in ingresso ed in
uscita sono inoltre movimentate attraverso decine di migliaia di
autobotti e ferrocisterne (nel 1991 circa 65000 automezzi e 2000
ferrocisterne) e migliaia di navi (nel 1991 circa 4300 unità. Per
quanto riguarda gli eventi principali di incendio ed esplosione
esaminati (Pool Fire, UVCE, BLEVE - Fireball) possono determinare
effetti assai gravi soprattutto sulle aree urbanizzate circostanti
agli insediamenti industriali ed in particolare appaiono interessate
in modo rilevante le principali infrastrutture di comunicazione».
Eppure quasi nulla si è mosso in 10 anni dalla dichiarazione di area a
rischio con Decreto del Ministero dell’Ambiente (Novembre 90) e 5
dall’approvazione del Piano di Risanamento (Gennaio 95). Nessuno dei
rischi connessi con gli impianti industriali è stato depotenziato;
paradossalmente in alcuni casi il rischio è aumentato. Infatti
nonostante la dismissione dell’attività di Agrimont, sono rimasti i
serbatoi di stoccaggio dell’ammoniaca - per il rifornimento di Gela -
proprio nell’area SG14 dove lo spostamento dei serbatoi, più volte
richiesto da Legambiente e sancito dal 1991, non è mai stato nemmeno
avviato. Nulla si è fatto per la sostituzione delle celle a mercurio
con celle a membrana dell’impianto cloro - soda, che da solo produce
1.100 t/anno delle 1.300 t/anno prodotte in tutta l’area.
Nulla dal punto di vista della sicurezza delle popolazioni. Le
disposizioni della legge 175/88 prima e della legge di recepimento
della Direttiva Seveso II poi, rimangono del tutto inapplicate. Il
piano d’emergenza non è mai stato predisposto, l’informazione ai
cittadini, non è stata neppure avviata, e la popolazione rimane
completamente inconsapevole dei rischi possibili e del comportamento
da tenere in caso di incidente, tanto che la fuoriscita di gas dalla
valvola di sicurezza di una nave nel 1999, provocò un
|
 |
|
Melilli |
grave allarme nella popolazione e gli
incidenti della scorsa estate hanno letteralmente gettato nel panico
centinaia di cittadini. Ma anziché mettere mano ad interventi per
ridurre la probabilità di rischio, nel raggio di possibile azione
degli incidenti rilevanti sono state recentemente costruite scuole e
nelle immediate vicinanze è stato realizzato il nuovo impianto Air
liquid, che produce 2000 tonnellate al giorno di ossigeno liquido,
sostanza altamente infiammabile. Vale la pena sottolineare che il
reparto rianimazione dell’ospedale di Siracusa è dotato di 8 posti
letto a disposizione per tutta la popolazione dell’intera provincia.
Recentemente è stato presentato un progetto che riguarda la
realizzazione di un impianto nel comune di Melilli, per il recupero
dei metalli pesanti Nichel e Vanadio dal cosiddetto filter cake,
ovvero il rifiuto tossico della lavorazione del vanadio dell’Isab
Energy di Priolo e non solo. L’impianto è progettato infatti per
recuperare metalli pesanti da 18.000 tonnellate annue di filter cake,
quando nell’area ne vengono prodotte solo 3.900. E neanche a dirlo
senza nemmeno prevedere di procedere ad una valutazione di impatto
ambientale, come sarebbe ovvio ancorché richiesto dalle normative, in
un area in cui da anni ormai si è accertato che vi sono seri rischi
ambientali, sanitari e di gravissimi danni in caso di incidenti.
Ma è questo purtroppo l’ennesimo episodio di una lunga sequenza, che
dimostra l’assoluta mancanza di volontà da parte di chi amministra di
impostare un futuro basato su uno sviluppo alternativo al vecchio
modello del passato. E le vittime dei recenti incidenti agli
stabilimenti Isab e Condea e le innumerevoli fughe di gas dagli
impianti non sono imputabili al destino cinico e baro o all’errore
statistico in impianti di questo genere. Sono il segno di una politica
che ormai ha dato i suoi frutti, che ha saccheggiato un territorio,
che ha leso la salute della popolazione e che lascia in eredità
rifiuti, disoccupati e siti da bonificare.
Per quanto riguarda i dati epidemiologici, nel recente studio sulla
mortalità negli anni 1990-’94 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)
ha ritrovato tra la popolazione residente nei 6 comuni nel raggio di
39 chilometri dell’area Augusta-priolo, eccessi di mortalità tra gli
uomini per tutte le cause tumorali pari al 10% in più rispetto alla
media regionale (1127 casi osservati, contro i 1024,5 attesi). In
particolare, per il tumore polmonare l’eccesso è pari a circa il 20%
(340 casi osservati, rispetto ai 284,3 attesi) e significativo è anche
l’eccesso per il tumore alla pleura (più del doppio, con 17 casi
osservati). L’analisi dei trend temporali dal 1981 al 1994 mette in
evidenza un aumento degli eccessi rispetto ai riferimenti nazionali,
sia per la mortalità generale che per alcune patologie, come tutti i
tumori, e il tumore polmonare; in particolare gli eccessi di mortalità
per tumore pleurico raddoppia per gli uomini e triplica per le donne.
Per quanto riguarda gli studi generazionali, sia per le donne che per
gli uomini, si rileva per la mortalità per tumori polmonari un rischio
cumulativo quasi raddoppiato dalla generazione del 1920 a quella del
1940 (dal 3,35% al 6,58%), fatto che, come dichiarato nello stesso
studio «fa prevedere il persistere di rischi elevati negli anni
futuri».
Nonostante tutto questo, non è mai stata impostata alcuna indagine
epidemiologica, neppure quella prevista dal piano di risanamento
approvato da oltre 5 anni. E nel frattempo l’Ufficio di Medicina del
lavoro di Messina ha riscontrato nelle urine dei lavoratori della
Coemi, addetti all’impianto cloro-soda, concentrazioni di mercurio
molto al di sopra del limite massimo consentito.
Ma ad Augusta l’allarme non è solo per la mortalità. Dal 1980
cominciano le prime segnalazioni di nascita di bambini malformati: in
quell’anno su 600 nati si ebbero 13 bambini con malformazioni
congenite di diverso tipo, di cui sette non sono sopravvissuti. Scattò
l’allarme, visto il sospetto effetto teratogeno delle scorie tossiche
industriali, per cui il Ministero dell’Ambiente istituitì
nell’ospedale di Augusta un Centro di monitoraggio. Dal 1980 al 1989
la percentuale dei nati malformati ad Augusta è stata dell’1,9% (140
casi su 6984 nati), contro una media nazionale dell’1,54% e una
percentuale per l’Italia meridionale dell’1,18%. Nel decennio
successivo, dal 1990 al 2000, la percentuale ad Augusta aumenta fino
ad una media dell’intero decennio del 3,18% (221 casi di malformati su
6945 nati), con un picco nell’anno 2000 con il 5,6% dei nati
malformati. Nell’anno 2001, dato elaborato dall’ospedale civile di
Augusta, si sono avuti 22 casi di malformati su 573 nati (3,5% dei
nati).
Da un raffronto tra i dati di Augusta e quelli del registro siciliano
per la Sicilia orientale, circa le singole malformazioni, risulta un
eccesso ad Augusta per quanto riguarda le cardiopatie congenite (235
per mille ad Augusta, contro il 196 del resto dell’area) e l’apparato
urinario (59 per mille contro il 46).
Ad augusta risulta un eccesso anche per quanto riguarda le
malformazioni genitali: negli anni 1980-89 interessavano il 214 per
mille dei nati (quando la media nazionale era del 100 per mille),
mentre nel decennio 1990-2000 i casi sono aumentati al 303 per mille.
In particolare, tra le malformazioni dell’apparato genitale, l’ipospadia
nel periodo 1990-’98 in Augusta ha interessato il 132 per mille dei
nati, contro un 79 per mille nella Sicilia Orientale.
In base a queste segnalazioni e alla denuncia presentata dal primario
di pediatria dell’ospedale civile di Augusta la Procura della
repubblica ha aperto un’inchiesta per verificare il possibile legame
tra alcune industrie dell’area e le anomalie congenite riscontrate.
15 gennaio 2003 |